François Jullien: imparare il presente, riconoscere il cambiamento (intervento completo)

“Il presente richiede attenzione, ascolto, cura ,consapevolezza; anche per riconoscere il cambiamento bisogna vincere la difficoltà di stare sul presente…”
Le parole di Francois Jullien ci giungono da una disciplina come la filosofia, e richiedono pazienza, dedizione, ascolto.
Nel corso del dibattito del forum si sono individuate tre parole che più di tutte si prestano a conciliare il rapporto arte-business: Scarto, Modello, ed Energia.
Sarà su queste tre parole che la riflessione di Jullien si svilupperà.

I filosofi vengono originariamente dalla Grecia, ma si confrontano con la Cina, il pensiero cinese invece è stato per molto tempo senza contatto con l’Europa, per questo ha potuto svilupparsi in modo sensibilmente differente.
Lo sguardo lungo che si deve avere sulla Cina non dev’essere però interpretato come una fuga dal pensiero europeo, quanto piuttosto una pratica che permette di mettere il pensiero in prospettiva.
E’ importante allora, in tale ottica, agire sugli Scarti tra le due culture come su di una faglia che ha in sè tutto il fascino di un reale quanto potenziale movimento.
Scarto si è detto e non differenza, la differenza si accompagna sempre all’identità, ma non si può pensare il culturale in termini di identità e differenza, il cambiamento è ciò che è insito in una cultura, e se questo non ci fosse sarebbe morta. La differenza si inserisce in una dimensione sovrastante, per questo qui si parla di scarto il quale non implica questa presa di posizione.
Dobbiamo quindi chiederci fino a che punto possiamo spingere questo scarto, considerando le culture come risorse da sfruttare, per far questo è necessario saper vedere la fecondità culturale di un sistema.
Il dialogo tra culture può davvero avvenire ora, perché l’Europa non è più in una posizione egemonica, e proprio questo le permette di riflettere più profondamente sul modo in cui dialogare, sui termini messi in discussione; inoltre non dobbiamo dimenticare che più l’intelligenza tocca intelligibilità diverse più si struttura e si completa, per questo è necessario un campo della riflessività, di autoriflessione dell’umano.
La domanda che ci poniamo a questo punto è: come si può gestire il presente in un modo strategico?
L’Europa storicamente ha risposto producendo, inventando e ragionando in termini di modellizzazione, cioè avendo un piano ben definito di un’azione strategica che fondava le sue basi teoriche nel “dover essere”, due le facoltà più di tutte necessarie a questo scopo: l’intendimento e la volontà.
Proiettando il proprio piano sul presente ancora imperfetto, si attua attraverso il pensiero efficace della volontà il piano predefinito, ponendo la questione in termini di mezzi e di fine.
Questa concezione come abbiamo già detto, deriva dalla Grecia: “la strategia in vista della battaglia, la battaglia in vista della guerra, la guerra in vista del fine politico”; questa, che potremmo definire come “la strategia dei fini”, ha una struttura piramidale.
La stessa cosa se guardiamo funziona nell’Etica per lo stesso Aristotele, dove il fine ultimo è la felicità.
In Cina la concezione della realtà è molto diversa, per prima cosa esiste una situazione che deve evolvere e giungere a maturazione; lo stratega cinese rileva da questa le opportunità, in modo naturale dando la propria valutazione delle potenzialità della situazione, e solo sapendola sfruttare sapientemente in tutti i suoi aspetti, giunge alla vittoria.
Per questo il miglior generale è quello che fa il minor sforzo possibile, e le truppe che hanno maggior successo non dovrebbero nemmeno combattere.
Vediamo quindi quanta sia la distanza tra queste due concezioni: da una parte la concezione europea del mezzo in vista di un fine, e dall’altra la visione cinese di condizioni e relative conseguenze.
Anche la visione della leadership è molto diversa: il grande generale europeo è di solito un grande leader riconosciuto da tutti, un capo in grado di fare qualcosa di memorabile, un atto spettacolare, spesso teatrale; il grande generale cinese invece per prima cosa non è da lodare, perché non è il protagonista anzi, più efficace è la sua azione e più è discreto, non si vede; inoltre combatte solo battaglie ritenute facili da vincere perché con la sua tecnica avrà atteso e fatto maturare le forze in modo congiunturale, facendo sì che il problema o una situazione evolva al meglio quasi autonomamente.
La domanda che sorge è se la modellizzazione a questo punto non sia solo un fardello…
Dobbiamo però ricordarci che è stata fondamentale per l’Europa, ed è grazie ad essa che è divenuta potente nel XIV e XV secolo, nello stesso periodo la Cina rallentava il suo cammino al progresso.
L’Europa allora vincente, liberava l’iniziativa del singolo e viveva di intensi scambi commerciali grazie alle sue coste frastagliate che accoglievano comunicazioni e merci.
Un altro aspetto da non sottovalutare è stata poi la “matematicalizzazione” del pensiero, che si svilupperà soprattutto con Galileo, in un’espressione di equazione geometrica del mondo, con la quale si possono controllare i fenomeni. Continueranno su questa rotta nel Seicento Descartes, e poi Newton.
L’Europa si è avvalsa inoltre della fecondità politica della modellizzazione, che ha un rapporto diretto con la democrazia, se si pensa infatti a come è organizzata la logica del programma elettorale: ci sono dei programmi politici che vengono discussi, e che altro non sono che previsioni, modelli della volontà di trasformare il mondo, lo stato di cose, e che sono fonte di discussione.
La Cina di oggi si mobilita velocemente, e sempre più progressivamente dovrà ricorrere alla modellizzazione perché persegue un certo tipo di efficacia occidentale, dell’applicare, dell’agire, del fare, e la stessa democrazia. Eppure la Cina è una civiltà che non ha conosciuto epopee, e una parola chiave del suo sistema mentale è “non agire”.
L’agire è visto tradizionalmente come una forzatura, tipica è invece una visione della trasformazione che ha un approccio globale e non individuale, in cui diversi i fattori presenti nella situazione provocano insieme il cambiamento, dando così luogo a delle trasformazioni silenziose.
Come quindi abbiamo già detto lo stratega cinese aspetta ad agire solo quando è già sicuro del suo risultato e della vittoria.
Con questo riusciamo anche a spiegarci come è stato possibile il salto della Cina contemporanea, che non ha avuto una frattura e un brusco evento, ma ha camminato in modo discreto come un processo, affrontando un percorso in modo sordo, mentre il risultato è stato sonoro ed evidente per tutti.
In questo dobbiamo rifarci alla durata lunga della storia cinese, alla sua illusoria parvenza di immobilità che non ha luoghi, né date da ricordare, né personaggi particolarmente in evidenza.
Ad oggi il modo più maturo di porci davanti a questi scarti significanti è probabilmente quello di incrociare le due visioni sul problema del presente: modellizzazione, e conseguente mobilitazione, con la maturazione: proiezione dell’idealità e identificazione delle risorse.
L’accesso al presente è di per sé inconsistente: i Greci avevano già compreso che il presente è un punto di attraversamento, ed è problema da sempre molto dibattuto come dare consistenza a questo istante che fugge sempre tra il “già stato” e il “non ancora”.
Eraclito parla poi di coloro che non hanno accesso alla filosofia come di “presenti ma assenti”, sospesi in una sorta di limbo, di compromesso tra la presenza e l’assenza.
Vengono in mente, dice Jullien, quei turisti forniti di macchina fotografica tutti intenti a scattare, come volendo inscatolare la realtà, mettendola al riparo dal suo scorrere imprevedibile ed effimero, così la scoperta però viene meno, e si è rassicurati sul fatto che si possa tornare a vedere dopo, un po’ anche come il registratore dello studente a lezione, che consente di essere forse meno attenti e vigili alle parole del professore in aula.
La tecnica sembra in questi casi sparpagliare la nostra presenza…
Sempre Eraclito continua dicendo che essi pensano al presente non come lo incontrano, ma come lo pensano, lo immaginano, quindi come “sembra loro”, nella doxa: l’opinione, viene smussato tutto ciò che d’inventivo, imprevedibile esiste nel presente.
Per accedere al presente appare invece chiaro che non bisogna rimandare, e non bisogna ridurre l’attenzione su ciò che in ogni momento accade e si manifesta; bisogna quindi assumere l’incontro e non sostituirlo. Tendenzialmente viviamo nella media, nella doxa, come in una sorta di abitudine dove tutto è un po’ avvilito e sciupato.
Per evitare questo appiattimento e spegnimento bisogna evitare la procrastinazione, ed anche la troppa familiarità che attutisce l’intensità di un avvenimento.
Mantenere il presente, perché non posso e non devo supporre di poter tornare nelle medesime condizioni.
Parallelamente bisogna accettare il consiglio della Cina, e quindi imparare ed accettare di differire.
Differire significa essere fiduciosi dello sviluppo dei processi in corso, lasciare posto all’immanenza, cioè a ciò che sfugge, e darà un frutto che non so nemmeno immaginare, e che neppure mi aspetto.
Noi occidentali sopportiamo poco di differire, forse perché abbiamo fatte nostre le parole della rivolta giovanile del “tutto e subito”, e un po’ perché siamo dominati dall’idea del controllo.
Differire è invece un atto che consegna il presente al futuro nella consapevolezza che questo sarà il frutto di una lenta maturazione, di un processo. Un po’ come quando si dice che “la notte porta consiglio”, così questo processo che sfugge ad una vigile consapevolezza agisce e lavora, portando le cose ad evolversi: durante la notte qualcosa infatti si è fatto strada in noi, ma lo si scopre solo la mattina.
In Europa poi c’è sempre stata troppa attenzione alla moralità, ancora una volta quindi al dover essere, mentre vivere a più a che fare con la strategia.
Quella europea è però una cultura che si può aprire alle altre, ma la cosa peggiore da fare sarebbe barattare la propria visione culturale in nome di un certo esotismo, troppo spesso ci si sente consigliare superficialmente di “essere zen”, ma non è tanto che bisogna cambiar pensiero e abbandonare le proprie risorse. Bisognerebbe invece aprire la propria mente in modo sano, sperimentando una coerenza nelle diverse culture, che possono incontrarsi ed incrociarsi.
Purtroppo oggi facciamo molte cose contemporaneamente senza farne una veramente, non bisognerebbe piegarsi a questo compromesso, quanto piuttosto essere e farsi colpire dalla vita:
il “qui e ora” non è dato, bisogna accedervi, e questo può significare imparare ad esserci.
In conclusione, dopo la discussione tra gli ospiti presenti, Jullien termina parlando dell’ultima parola chiave: Energia, che rappresenta un altro punto di scarto tra il pensiero cinese e quello occidentale.
In Grecia si è posta subito la questione dell’Essere e del Non Essere, e la successiva dell’apparenza con il concetto di Identità, e di riflessività sul pensiero.
In cinese invece per esempio non si può dire “to be”, esiste però un concetto che significa energia, soffio, respiro; esiste proprio una fenomenologia del respiro, con una fase di apertura e di chiusura. Il nucleo cinese non è anatomico, né fisiologico, lavora invece sui punti di energia e pulsazione; in Cina la morte è una grande trasformazione.
Il tao cinese rappresenta un processo di rinnovamento, un concetto di transizione.
Noi occidentali non pensiamo al tramite: per Platone è un buco; per i Cinesi il mondo muore e rinasce ogni giorno, e questo segna la continuità del processo: il passaggio è continua transizione.
Per i Cinesi infatti la vita è legata alla stagione, e lo stesso pensiero è articolato in questo modo.
Si affrontano qui altri due termini: percezione e respiro.
L’Europa pensa alla percezione, la Cina percepisce e repira…
La forza della Cina è che sa fare come noi, ma anche altrimenti, accogliendo, in armonia, l’esterno.
Esiste poi un’altra dicotomia più sotterranea cioè il possesso opposto al transito, anch’essa molto legata alla concezione della morte.
E su queste suggestive considerazioni e approfondimenti circa la cultura orientale François Jullien ci saluta, terminando anche l’ultimo emozionante incontro del primo giorno di forum 2011.

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