MISTERY

Erano i primi giorni di settembre, la città pareva risvegliarsi a certe ore ma come per un falso allarme, o per uno scherzo bonario, poi tornava prontamente a sonnecchiare in quella che era l’ultima luminosa coda d’estate. Ancora per poco, presto avrebbe ripreso il suo ruolo di metropoli e cominciato a rombare, e a stridere con i tram in arrivo, il passante sotterraneo, le auto in terza fila, le moto, i motorini e tanto altro rumore ancora. Ma per ora no, le era concesso di essere solo una città sonnolenta, immobile e gialla, piacevolmente calda. Una città dorata baciata dal torpore, a suo modo languida. Al di là del vetro, due singolari ragazze erano apparse, e parevano aspettare un autobus, uno dei pochi in servizio quel giorno, eppure non sembrava che stessero realmente aspettando, erano come intente ad osservarsi, e a cercare di dire quello che dovevano dire -esattamente- per come doveva essere detto. Erano come abbacinate da un sole invisibile molto più intenso di quello che illuminava, fuori e per tutti noi la città, sembravano vedere qualcosa, e al contempo cercare di ricordarselo perfettamente. Erano i loro sguardi che si toccavano, ed era come se si fossero rivelate l’essenziale, la sostanza di tutta quella lunga, e comunque fugace, porzione di tempo che chiamiamo estate, così: negli occhi. Dopo diversi minuti, non troppi presumibilmente, le parole sembrarono affluire a turno con più frequenza, ma non smettevano di guardarsi a quel modo, e di sorridere: con quegli occhi luminosi e abbacinati; dall’esterno sembravano essere molto felici, o perlomeno piene di immagini meravigliose, fiduciose su ciò che avrebbero visto e potuto condividere da ora in poi. Nell’immaginazione, mi sembrava di aver intravisto  quella che poteva essere la camereretta di una delle due, quella in apparenza più giovane, ed era un luogo sobrio, ordinato, eppure vivo di un’inquietudine dosata, era percepibile infatti la molteplicità degli interessi della sua abitante. L’autobus tardava, le ragazze però non se ne davano pensiero, alcuni anziani erano giunti alla fermata dell’autobus, una signora un pò sovrappeso a tratti le osservava, sorridendo malinconicamente. Alzai nuovamente lo sguardo, non le trovai, le vidi invece sedute ai tavolini esterni, dovevano aver attraversato la strada molto velocemente, tanto che non le avevo viste intenta com’ero nell’asciugatura dei bicchieri. Mandai Luca a dare loro la lista, scommettevo sulla loro ordinazione: una tonica, e un ginseng. Mi sorpresero invece, due spritz, non sembravano tipo da spritz o non a quell’ora, forse perchè le pensavo più giovani, o meno modaiole, chissà poi perchè… Adesso ridevano, ed erano come dei guizzi prontamente contenuti da quella loro calma, e pacata felicità. Erano strane, c’era da ammetterlo: due esseri incantati e sospesi nella calura di una metropoli abbandonata, non erano certo un incontro facile, eppure avevo la sensazione che non potevano esistere se non lì. Una fitta, netta, mi prese lo stomaco, dolore e nausea, guardai la mano, il palmo era coperto di sangue, si vedeva il taglio, non sembrava essere troppo profondo ma sanguinava abbondantemente, un bicchiere scheggiato, mi ricordai di non aver messo i guanti gialli di gomma, e di doverlo fare la prossima volta. Le ragazze nel frattempo avevano ricevuto il loro ambrato succo alcolico, e qualche misera patatina per accompagnare il tutto, continuavano nel loro cadenzato racconto reciproco. Ma ora, ogni tanto una si perdeva a pensare, lontana, mentre l’altra cercava i suoi occhi come prima, e più precipitosamente raccontava, cercava i suoi occhi, ma non li trovava. Era leggermente ansiosa, ora. Dovevo trovare l’alcool per disinfettare il taglio, e un cerotto, subito. Mi allontanai velocemente, dall’armadietto del bagno estrassi in  ordine la boccetta dell’alcool e la scatola dei cerotti, ce n’era giusto uno; la ferità bruciò leggermente, e fu presto messa al riparo dal cotone liofilizzato del cerotto impermeabile. Tornai al bancone, le ragazze erano ancora sedute, non so perchè ebbi una sensazione di sollievo; sembrava che loro ne avessero ancora per ore, giorni forse. Infilai i guanti in gomma, il solito odore mi nauseò meno del dolore, ma in modo percettibile. Finii le stoviglie, e il tramonto con la sua luce rossastra mi colse di sorpresa, era passato un intero pomeriggio, la città era ancora vuota e sospesa. Le due ragazze ora erano all’erta, meno serene di qualche ora prima, e il loro racconto si era fatto fitto e veloce. Non capivo di cosa si trattava, forse un esame, una preoccupazione, un’ombra sul percorso di due agili ed eleganti gazzelle. Le vidi alzarsi ed entrare, mi chiesero il conto, erano 14 euro lo sapevo, ma qualcosa in me si rifiutò di parlare, e invece risposi che se mi avessero detto di cosa avevano parlato per tutto il pomeriggio avrebbero potuto andare via senza pagare nulla. Dentro di me sapevo che lo scambio non era equo, ma sperai. Si guardarono, ma non erano particolarmente stupite, nè tantomeno imbarazzate, sorrisero in un modo sincero e mi guardarono. Non so perchè, ma insistetti, “ditemi, avete parlato delle vacanze, di un’isola greca in cui ne avete combinate di tutti i colori, del fidanzamento di una vostra amica, di una laurea… di cosa avete parlato… sembravate felici… siete felici?” Continuarono a sorridere, in un modo sibillino la più alta mi si avvicinò all’orecchio, allora vidi Luca immobile e stupito osservare la scena in mezzo al locale con i mano i due bicchieri ormai vuoti di spritz. “Mistero” mi sussurrò la ragazza. Mise una banconota da venti euro sul bancone, e con gli occhi bassi, continuando a sorridere a se stessa, attendeva il suo resto. Le restituii i soldi, e le salutai, un pò stranite mi ringraziarono, salutando a loro volta. Luca sosteneva che avessi bisogno anch’io di una vacanza, e presto, io invece quel pomeriggio avevo ricevuto una chiave d’oro per interpretare i sogni, una possibilità di derubare l’esistente della sua ovvietà, avevo ricevuto in dono la potenzialità inedita del “mistero”.

 

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