La skiera

La schiera della pace: il teatro di Gabriele Vacis Appunti di viaggio di Laura Ghirlandetti

Il Laboratorio Internazionale del Teatro, che si svolge all’interno della Biennale di Venezia si sviluppa attorno all’idea di teatro come «cantiere d’arte», un cantiere aperto dove far germinare le opere di domani, offrendo ai futuri artisti la possibilità di una formazione. Il tema proposto è quello di un “luogo complesso di incontri e correnti, che implica lo spostamento di popolazioni, storie e culture”: il mare «Mediterraneo». Questo è il primo capitolo del lavoro di Maurizio Scaparro, un progetto da sviluppare nell’arco di due anni attorno ad un unico filo conduttore , che si distribuirà attorno a cinque grandi temi: «Il mare di Shakespeare», «I miti ritrovati», «C’era una volta», «Le lingue franche dei porti del Mediterraneo», «Sans papiers». Ne Il mare di Shakespeare, con cui si apre il Laboratorio Internazionale del Teatro, domina la geografia immaginaria di tante tragedie del drammaturgo inglese, ed è proprio a Shakespeare che gli attori del Teatro Nazionale Palestinese di Gerusalemme Est pensano quando devono affrontare un laboratorio di formazione nelle arti dello spettacolo guidato da Gabriele Vacis. Un progetto culturale di alta formazione a Gerusalemme Est: tre mesi intensi di lavoro che hanno coinvolto otto attori professionisti del Teatro Nazionale Palestinese, a confronto con trenta giovani allievi – tra aspiranti artisti e tecnici della scena – guidati in questo workshop d’eccezione dall’esperienza di Gabriele Vacis.
Piove e sembra non voler dare tregua, arriviamo con due valigie cariche: contengono il necessario per cinque giorni, nella concitazione del ritardo ci scordiamo che ce le dovremo trascinare nel saliscendi bagnato dei ponti e dei gradini che fanno di Venezia una città unica, in bilico tra sogno e realtà un po’ come la nostra valigia, trascinata a fatica dall’ostinata volontà di arrivare in teatro; per fortuna ci hanno detto che non è troppo lontano dalla Stazione, ci andiamo a piedi. Dopo circa venti minuti siamo al Teatro Giovanni Poli a Santa Marta, ormai zuppe ed impazienti, sappiamo che stiamo per assistere a delle prove un po’ speciali, anche perchè a doverla dire tutta per assistere a delle prove qualsiasi non si fa tanta strada, sotto la pioggia, con Venezia fuori… noi ci aspettiamo molto di più, eccome!
Nato dalla volontà di mettere in gioco l’espressione teatrale come possibilità di riscatto da condizioni sociali e vissuti drammatici, il laboratorio si svolge in una delle aree più calde del pianeta, nei territori occupati che si estendono tra il Mar Morto e il Mediterraneo; promosso dal Settore Cooperazione del Ministero degli Affari Esteri, realizzato con la collaborazione progettuale dell’Ente Teatrale Italiano, in parternariato con la Cooperazione italiana a Gerusalemme, in collaborazione con Teatro Nazionale Palestinese e l’Associazione Inteatro di Polverigi, questo percorso formativo inaugura una modalità ed un metodo innovativi di collaborazione nei territori per la cultura. Una collaborazione inedita ed una modalità di lavoro innovativa: il lavoro prende la forma del corso di alta formazione e, prima di essere affidato, nella sua finale fase produttiva e distributiva, al Teatro Nazionale Palestinese, è stato invitato in forma si studio a Venezia alla Biennale Teatro diretta da Maurizio Scaparro (dal 27 ottobre al 27 novembre 2008), nell’ambito del Laboratorio Internazionale di formazione e specializzazione.
“questo ragazzo qua non lo aveva notato nessuno, ad un certo punto del lavoro io chiedo a Glen (ndr Glen Blackhall, formatore italiano) “e quello lì chi è?” Risposta: “non lo so, non l’ho mai visto” in tutto quel tempo non lo avevamo mai visto: Mohammed…- il tempo di un abbraccio – bene adesso possiamo cominciare, mi dicono che i problemi sono sistemati…”
Quello che vedo già un po’ lo conosco: chiamasi “esercizio della schiera”, è un esercizio in apparenza molto semplice, e ripetitivo se non fosse che è ipnotico; consiste nel perimetrare lo spazio con un numero di passi predefinito, prima eseguito in una direzione poi, in ritorno, nella direzione opposta. Serve a definire lo spazio, delimitarlo, a liberare corpo e mente da qualsiasi postura innaturale, da affettazione, o ansia da prestazione, è semplicità d’azione: camminare a ritmo con il proprio e altrui respiro, in un ascolto comunitario. Un respiro, un cuore che batte e scandisce il tempo e lo spazio. Questa è la schiera. Non si direbbe forse, ma non ci si stancherebbe mai di guardarla, perché quando gli esseri umani che la compongono si autopercepiscono in attenta presenza e reciproco ascolto sono già da soli uno spettacolo, e sono bellissimi. In schiera, si diventa vivi, veri e quindi belli. Ma la magia, quella che si aspetta, è la rottura delle fila, quando cioè da questa schiera ordinata ma non rigida, piuttosto organicamente scandita, scaturiscono delle azioni, o meglio sarebbe dire delle reazioni. Quando accade avvengono dei piccoli atti, improvvisazioni che spesso sono già delle scene, ma sono primariamente azioni reali, senza estetismo o artificiosità: succedono delle cose, non si costruiscono, però accadono solo se uno ha il coraggio, la fermezza e talvolta anche la pazienza di farle accadere.
La schiera è pulizia di visione, precisione di un metodo che fa scuola. La schiera che prima di tutto risveglia la partecipazione del coro, indica dove si deve guardare, ed è concentrazione di “un luogo dove inventarsi qualche cosa, costruito perché ci stia tutto.” Libertà massima all’interno delle regole essenziali, talmente interiorizzate da non doverle più nemmeno considerare; “tempo fa era più rigida, ora vorrei che portasse a volare” come stormi, liberi, eppure geometricamente perfetti nell’unisono del loro volo, Vacis provoca i suoi giovani attori “il limite del mondo è staccare i piedi da terra, riusciteci almeno voi!” Obiettivo: “trovare un’unità di presenza, attraverso la massima economicità di ogni gesto, la progressiva esclusione di ogni movimento non strettamente necessario a camminare naturalmente.” “Gli attori che camminano definiscono così un ambiente fisico: il tessuto gestuale su cui si può improvvisare.” Il movimento così inteso non è altro che il ribollire della concentrazione, l’essere talmente qui da dover staccare i piedi in direzione, sentire necessità di dare atto e seguito ad una vitale manifestazione di presenza, niente di più o di meno connaturato e trascinante.
L’azione richiesta è semplice e organica, non bisogna però darsi tempo, non deve esserci il filtro della testa pensante, dev’esserci velocità e precisione. Il richiamo di Glen è sempre lo stesso, alternato: “noise”, “boring”, “rumoroso”, “noioso”; i ragazzi faticano: sono tesi, nervosi, hanno un ritmo molto accelerato, che li porta ad essere imprecisi, concitati, a fare azioni spente. Adesso stiamo cercando la giusta temperatura per vedere guizzare l’oro vivido degli sguardi che creano contatto.
Una danza, forse quella delle spade, ma non mi arrischierei a dichiararmi sicura, fatto sta che non me la scordo: quella baldanza, quella fierezza… nel quaderno annoto “quanto contano le radici per essere integri, coraggiosi, felici?”
“Persone piuttosto che attori o personaggi: i ragazzi in scena si fanno parametro agli attori. Esserci in ogni momento è molto difficile e richiede sforzo e apprendimento continui… sta nella possibilità che tutto ciò possa continuamente esserci o non esserci in virtù di una matura necessità. Di una sana esigenza. Tutto ciò che continua a vivere, in scena, è un valore aggiunto” Perché se si ascolta e si guarda si può fare tutto.
Oggi c’è stanchezza, una coltre come una patina stanca, ma si sente il valore della santa fatica, quello che trovo registrato, provato dallo stridore del treno che ci riporta a Pontelongo, è che vorrei riuscire a restituire forza a questi ragazzi, da questa poltroncina rossa in velluto, e che oggi mi sforzo anch’io: “culo pesante” di esserci. Sul quadernetto “oggi fuori Venezia è una festa, sole e colori che mi ricordavo di Luglio, in teatro piove, si batte la pietra, si sbozza, ma è ancora gibbosità grigia di vuoto apparente.” La giornata passa, la schiera fatica a spezzare i contorni, qualche rimbrotto per la sordità del marmo che ha la sua preziosità nelle vene più scure, ma anche la sua invincibile e sconfortante durezza.
Amleto come da progetto era un pre-testo, nel senso che veniva prima del testo. Rispetto ai temi che sono stati dati, i ragazzi hanno accolto tre temi fondamentali: la vendetta, il rapporto uomo-donna e l’eredità. La parola di Shakespeare è un pretesto utilizzato anche come link: strumento di un riconoscimento improvviso, flash, illuminazione che dà un senso improvviso di straniamento e rispecchiamento insieme. Ma la domanda è: perché proprio Amleto? Aprile 2008, Polverigi, Ancona. “Inteatro” accoglie un gruppo di attori palestinesi professionisti coinvolti nel progetto, per un lavoro propedeutico, un momento necessario per focalizzare tanto gli strumenti formativi da condividere nel lungo laboratorio, perché questo più che un progetto dove si insegna qualcosa, è un luogo di incontro e di scambio reciproco. Ed è Shakespeare la proposta che sorprendentemente gli attori del Teatro Nazionale Palestinese di Gerusalemme Est fanno, e con sé portano l’Amleto. Amleto: la tragedia della gioventù, del passaggio dalla giovinezza alla maturità, del sopportare l’eredità scomoda e imponente dei padri, della scelte da fare talvolta definitive ed inesorabili. Eppure i semi di Amleto sono lontani: Gabriele Vacis riconduce il proprio personale incontro artistico con questo testo e i suoi interrogativi a ritroso nel tempo: nel lontano 2004, allo spettacolo “Vocazione Set”, produzione del Teatro Stabile di Torino, dove in scena c’è il Wilhelm Meister di Goethe. Amleto narrato da Wilhelm è solo come soltanto gli eletti e i chiamati possono essere, la sua solitudine si staglia assoluta. L’azione appare fatale quanto quel suo destino di chiamato; non la compie, temporeggia, la inganna con vane parole, perché se si dicono non si inverano… le azioni non accadono disperse nel loro stesso svuotarsi d’intento. Ma poi alla fine lo compie, quell’Amleto dubbioso, l’ambiguo: alla fine vendica il padre e comincia a lasciare dietro sé una scia di sangue ma, e lo spettacolo finiva con questa domanda: “bisogna proprio morire per compiere il proprio destino?”
Ivan, è armeno. Lo abbiamo un po’ imparato a conoscere, perché si racconta tutto nel suo canto, arcaico e dolente. Spietato nel suo intenso evocare, questo ragazzo leggero, dolcissimo che si toglie un attimo prima: la teme. Eppure ha cicatrici da arma da taglio
“Per il momento il risultato più importante è umano e pedagogico. Dopo i primi momenti passati a cercare di capire se si poteva lavorare insieme, abbiamo conseguito il risultato di mettere in scena un saggio in cui tutti i ragazzi hanno fatto la loro parte… A Venezia però non sono approdati tutti i ragazzi con cui si è lavorato a Gerusalemme, ma ciascuno finora ha avuto il proprio momento di espressività e racconto…” e allora scopri che hanno una drammaticità straordinaria, unica, e una tradizione di declamazione integra, non viziata dall’arte del melodramma, e del puro suono della parola. Vizio di cui in Italia per esempio siamo andati (e talvolta ancora andiamo) molto fieri. Naturalezza, sostegno del dire, parola e senso insieme: straordinario, e poi questi studenti palestinesi sono molto curiosi, “mi strappano la carne dalle ossa!” dice Vacis che di questa sua vocazione alla pedagogia apprezza soprattutto proprio questo “farsi spolpare”. Sono reattivi, creativi e ogni cosa è una lotta, un tradimento: una rielaborazione, che passa anche attraverso una percezione generazionale diversa rispetto a quella delle generazioni precedenti dove dominano i temi privati,e dove i nemici non sono (non soltanto) gli israeliani, ma i genitori, l’abitudine arcaica di far sposare le ragazze che vogliono invece continuare a giocare…  Forte è il senso di rifiuto di una condizione di oppressione, e questo passa attraverso una capacità di sopravvivere al delirio, all’orrore… sottoforma di una incessante ribellione interiore.
Oggi i ragazzi hanno svoltato. Fluire delle azioni, realtà di contatto, reale percepirsi, possibilità. Gioia. Libertà. I ragazzi raccontano ed è l’Amleto, pezzi di improvvisazioni che tornano, dicono e fanno, e raccontano, raccontano… anche se non si sa la lingua! Improvvisazione: Sereen è una splendida regina, calpesta l’uomo che la fece divina, sale sulla sua pancia, tartaruga allenata, e le chiede imperiosa: “nuota fino alla spiaggia dove Venere nacque, che voglio uscire da queste acque!” Non lo dice ovviamente come tutti parla in arabo, e probabilmente esegue un pezzo da Amleto, oppure un brano scelto, con una cadenza netta e precisa, affascinante suono di lingua sconosciuta. Eppure tutto appare chiaro, ancora più chiaro. “l’ipotesi in definitiva è che se gli attori sono davvero presenti, se sono davvero in ascolto, se sono consapevoli di ciò che dicono e fanno qualunque testo, qualunque frammento funziona, produce senso…” si potrebbe definire una drammaturgia dell’ascolto che fa sì che nulla sia in eccesso, e che nessuno stia in mezzo quando non è necessario all’azione, che non ci sia nessuna potenzialità possibilità, ma solo una sola, sicura, attuazione nella realtà. Ed è per questo che non bisognerebbe tanto preparare lo spettacolo, quanto prepararsi allo spettacolo, cioè prepararsi ad essere pronti ad ascoltare e ad accogliere il momento finale di incontro con un pubblico. E un incontro con il pubblico c’è già stato: Gerusalemme, 29 agosto 2008, si dice che il direttore del teatro si commosse fino alle lacrime, Jamal Gosheh, un tipo che non si è mai visto scomporsi in pubblico… e così gli spettatori scioccati dal fatto di essere guardati, direttamente interpellati, che così reagiscono allungando la durata dello spettacolo di una buona mezz’ora.
“Quando si trova qualcosa non bisogna insistere, è dannoso.” Non bisogna insistere, è dannoso. L’ho sottolineato tre volte, appunto: non so se è dannoso. Oggi pomeriggio gita: Biennale di Architettura, Vacis senza dubbio sa il fatto suo, il maestro dice che vuole portarli in un’immersione nella contemporaneità, qualcosa che sicuramente non hanno mai visto, e che faticherebbero molto a trovare a Gerusalemme. I ragazzi all’inizio sono recalcitranti, come quasi tutti alla loro età associano alla parola museo qualcosa di noioso; a vederli adesso però non sembrano gli stessi: sono rapiti ed entusiasti, curiosi ed emozionati. Il padiglione da noi visitato all’Arsenale è avveniristico come solo i progetti di nuova architettura possono essere: visione emozionale dell’abitare, simbiosi organica con l’ambiente… insomma un meraviglioso, pan-ludico ecosistema potenziale e sostenibile. Divertente, visionario ed eccessivo, tanto che quasi spaventa vedersi palpitare il cuore in un maxi schermo sotto bolla integrata di un’installazione ambientale.
“la pace è difficile, è una cosa che probabilmente in natura non si dà. In questi mesi di lavoro mi sono reso conto di come le posizioni degli attori e degli allievi palestinesi sono tutte molto diverse l’una dall’altra… Non esistono i palestinesi e gli israeliani. Esistono persone che sono nate lì, persone che sono immigrate in quel luogo, persone che provengono magari dall’Ex Unione Sovietica, ma sono israeliane da tre generazioni… La realtà contemporanea è di una complessità straordinaria, l’unica possibilità che abbiamo è comprendere questa complessità. E per farlo bisogna approfondire, impiegare tempo, raccontare, e quando si è incastrati in un assoluto tragico, cioè non risolvibile, è l’unica cosa che si possa fare. “questo ha senso: è una situazione in cui il teatro prende senso… se il teatro ha un valore allora è proprio in questo: fare teatro in un luogo di frontiera e applicarlo alla vita quotidiana di qualcuno… è una fonte di rigenerazione straordinaria.”
tu sei fuori, osservi da fuori. Bevi Amleto. Ti curi, ma sei fuori. Sempre più occupato dall’alto dei tuoi movimenti interiori. Delusioni, forse colori. E cambi lato, ti guardi i piedi, preferisci i piedi ai nostri occhi incrociati, scintillanti, dorati. Eppure spingi la testa oltre le scapole, sbirci di lato, le parole arcane, misteriose. E ridi, forse ti curi. E ridi.
“Io ho anche un desiderio segreto- continua Vacis- spero che questo progetto abbia un seguito. Sarebbe bello far lavorare insieme attori palestinesi ed attori israeliani… Poi stiamo studiando la possibilità di farli tornare in Italia per un periodo. Penso sia necessario che dei ragazzi italiani li incontrino. Qui a Venezia il laboratorio era aperto solo ad “uditori”: però credo che a questo punto si possa iniziare a pensare ad uno scambio.”
Domenica 9 Novembre: Sciopero dei trasporti. Rimaniamo fino all’ultimo istante, ma il treno per Milano ci parte dopo solo mezz’ora dall’inizio della dimostrazione del lavoro, dobbiamo per forza distogliere lo sguardo da questi ragazzi. Dispiace andare via, lasciare posto vuoto. Eppure anche mentre ci dirigiamo in silenzio verso la stazione continuiamo a vederli, sono come impressi nelle nostre retine, marchiati nei nostri bulbi oculari. Il saluto del padre-fantasma: “ricordati di me”, a questo punto è davvero inutile, impossibile fare altrimenti… Grazie ragazzi e a tutti, non ci scorderemo facilmente di voi. La vostra speranza è anche la nostra.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: