Conoscere attraverso il teatro

Conoscere attraverso il teatro, in ottica multidisciplinare ed interculturale, significa primariamente mettere in moto un meccanismo relazionale di comprensione, un incontro che fondi una nuova sintesi di visione-conoscenza.
L’approccio alla cultura è così dato da un movimento verso l’altro, e la diversità che si incontra diventa essa stessa paradigma d’identità, in quanto dà forma alla fondamentale relazione io-tu.
Come ci ricorda Levinas “l’identità non sta nel soggetto, ma nella relazione” ed è inoltre “nella comunicazione (che) l’io e l’altro si formano e arricchiscono in un “reciproco riconoscimento” che è al tempo stesso identificazione e differenziazione. I soli modi idonei al realizzarsi della comunicazione-ricorrendo a Dewey – sono: la “libertà di pensiero”, “l’attesa dubitativa” e la “ricerca” mediante la quale ogni pensatore mette in pericolo una qualche parte del mondo apparentemente stabile.” (Lamberto Borghi, pedagogista)
Il teatro, come metodologia educativa, permette che questo tipo di relazione diventi conoscenza “calda”  in quanto utilizza non tanto l’analisi intellettuale, quanto soprattutto la corporeità e la presenza, nella dinamica di un incontro intenso di senso.
Incontro che si instaura molto spesso fortemente a partire da una fragilità, ma che al contempo vede nelle persone non soltanto i bisogni, ma piuttosto i desideri; non tanto le aspettative quanto le speranze e la vitalità.
Aldo Capitini definiva questa presenza: “altro che sia di là dell’utile, la presenza festiva, un nuovo essere insieme. Se non avvenisse anche altro, chi non si aprirebbe? Ogni essere era anche l’altro, e non lo sapeva, ma ora viene questo altro, e importa ciò che si apre.” (da Colloquio Corale)
Il canale principale di questa metodologia è dunque l’emotività, che consente un “perdersi” oltre i limiti del conosciuto nel territorio dell’Altro, e una successiva riappropriazione personale di ciò che di nuovo si è acquisito e compreso, poiché tangibilmente incontrato.
Il teatro permette quella che potremmo definire una “pedagogia della relazione” la quale ripensa profondamente lo stesso rapporto didattico configurandolo maggiormente come dialogo, confronto, esperienza di vita e condivisione.
Il soggetto diviene così centrale con la sua creatività libera di esprimersi, e il lavoro educativo si orienta maggiormente verso le domande piuttosto che verso direttive schematiche o risposte, liberando in questo modo il pensiero, la curiosità e il desiderio di conoscere, in uno spazio fatto proprio e scoperto liberamente.
La “pedagogia della relazione” privilegia dunque una metodologia induttiva che fa della progressiva e personale scoperta lo strumento per costruire la propria soggettività.
La domanda, provocatorio e imprevedibile motore della scoperta, è anche alla base dell’insegnamento di Danilo Dolci, un insegnamento che ci ricorda che è dall’incontro, e da uno scambio relazionale reale che si genera l’apprendimento.
Educare per Dolci diviene sinonimo di creare, liberare, dar forma; un processo che avviene in un clima partecipato, emotivamente intenso di ricerca comune, ed è proprio la domanda, la sua maieutica e l’esplorazione creativa, cha dà la possibilità di generare quell’“invenzione” che permette l’istituzione di nuovi rapporti e dimensioni sociali oltre l’attuale offuscato da tradizioni, consuetudini e stereotipi…
Nello stesso modo, questo pensiero relazionale che si fonda sul dialogo “non ci aiuta soltanto ad assumere uno stile cognitivo “disponibile” o “benevolo” (…) abbiamo invece bisogno di educarci e di educare ad un pensiero che non si irrigidisca mai.
Ad un pensiero in movimento.  Motore dello sviluppo, una cultura poli-dimensionale che si acquisisce grazie allo stile relazionale, non può che essere dinamica e processuale.
Aperta quindi al cambiamento e alla differenza.”  (D. Demetrio, da Modalità interculturali del pensiero)
Una domanda quindi, che sia tesa come inesauribile ricerca verso quel che sarà o potrà essere; una progettualità costante come metodologia del fare, e la possibilità come visione di un divenire ancora in formazione, ma anche forse come sollecitazione di una possibile e attuabile risposta (fosse anche temporanea) da delineare insieme perché “forse oggi l’obiettivo principale non è di scoprire che cosa siamo, ma piuttosto di rifiutare quello che siamo. Dobbiamo immaginare e costruire ciò che potremmo diventare” (M. Foucault)
E per farlo lo dobbiamo fare insieme.
Anche in questo senso la metodologia teatrale può aiutare nel suo essere anche (citando Pier Cesare Rivoltella) “una pedagogia della situazione” che si attrezza cioè, e risponde a partire da delle esigenze concrete e molto tangibili che si rifanno a delle strutture di relazione.
La progettualità del fare artistico, in particolare quella teatrale, permette inoltre di creare strutture comunitarie, condivise, fortemente pragmatiche immerse in una reciprocità di presenza, perché come ci ricorda Goffredo Fofi “il teatro è la meno individualistica delle espressioni, il teatro è gruppo.”
Una pratica sperimentale sempre tesa verso la ricerca del possibile, profondamente radicata in un gruppo, seppur al contempo attenta alle esigenze del singolo.
Una “pedagogia della situazione”, quella teatrale che passa attraverso gesti, costruzioni, che si misura con strutture tangibili, costruzioni, spazi, tempi, necessità, che vive di imprevisti ed è in fondo un’esperienza comunitaria di condivisione.
Esperienza che apporta dei cambiamenti concreti sulla realtà e sul sistema di relazioni e dà la possibilità di interagire con il reale creando inedite soluzioni.
La possibilità di agire nella concretezza sulla realtà, di modificarla, è un’esigenza molto forte e un’emergenza particolarmente sentita in un momento storico come il nostro, in cui la categoria del “reale” pare sempre più venir meno e divenire invece volatile, lontana, cibernetica illusione.
Concretezza, relazione, esperienza ecco ciò che il teatro mette in gioco oltre alla presenza e la continua inesausta ricerca, la curiosità di una domanda all’Alterità, alla Possibilità.
Educare alla teatralità equivale così ad educare alla realtà ma al contempo a non essere mai sazi dei risultati raggiunti e quindi tendere sempre in una costante ricerca di miglioramento, e al contempo di superamento dei limiti della propria cultura, all’incontro dell’altro con cui cercare soluzioni tangibili di condivisione e di cambiamento.
Angelo Scola, riflettendo circa la categoria del “meticciato” e l’incontro tra diverse culture sottolinea come parlare di tolleranza o di integrazione non basti ormai più, e quanto si senta la necessità di un incontro e un dialogo reali, e soprattutto di quanto si senta la mancanza di luoghi del racconto che sappiano superare la parola dell’individualismo, luoghi dove il grande potenziale della condivisione sappia diventare cultura, e “faccia vedere la forza progettuale del condividere, che faccia capire come questo fa società”.
Juger Habermas, filosofo e sociologo dice a sua volta che “la persona si può mantenere e sviluppare solo se ci sono le condizioni del comunicare, solo se queste condizioni non degenerano. Le condizioni per la struttura maieutica, per lo sviluppo della creatività di ognuno e collettiva, sono presupposti a cui non dobbiamo sottrarci, sono inderogabili.”
A questo proposito sempre Dolci che ha dedicato gran parte della sua riflessione ed esperienza (confluita poi anche in un libro che si intitola appunto dal “Trasmettere al Comunicare”) a tal proposito dice: “al desiderio di comunicare occorre un codice comune, e non solo verbale; occorre anche una certa esperienza e un minimo concepire affine, disponibile ad ampliarsi e confrontarsi.”
E ancora: “oggi, più che mai, saper distinguere trasmettere da comunicare è operazione non solo mentalmente essenziale alla crescita democratica del mondo: la creatività di ognuno, se valorizzata comunitariamente, acquista un enorme potere ora per massima parte sprecato.”
E con queste parole chiudiamo nella speranza di poter nel nostro piccolo, teatrale, lento operare aggiungere spazio al confronto, alla condivisione e alla crescita comunicativa di una nuova comunità che viene.

Approfondimenti:

  1. Capitini, “Colloquio corale”, l’ancora del Mediterraneo, Napoli, 2005
  2. Demetrio, Modalità interculturali del pensiero in “L’educazione all’interculturalità. Premesse e sperimentazioni”, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 1998
  3. Fofi, “Da pochi a pochi, Appunti di sopravvivenza”, Eleuthera, Milano, 2006
  4. Novara, “L’ascolto si impara”, Edizioni Gruppo Abele, Torino, 2002
  5. Borghi, “La città e la scuola” a cura di G. Fofi, Elèuthera, Milano, 2000
  6. Dolci, “Dal trasmettere al comunicare”, Sonda, Torino 1988
  7. Dolci, “Palpitare di nessi”, Armando, Roma 1985
  8. Communitas, “Dialoghi sulla comunità Aldo Bonomi discute con Fausto Bertinotti, Danilo Dolci e Angelo Scola” mensile diretto da Aldo Bonomi, (dic 2007)
  9. C. Rivoltella La differenza comunicativa del teatro. Aspetti teorici e implicazioni educative in “Ingresso a teatro” a cura   di Annamaria Cascetta e Laura Peja, Le Lettere, Firenze, 2003
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